di Fabrizio Casari

Quarant’anni fa, un medico argentino, uomo straordinario, moriva in un paese normale per una causa nobile, forse la più nobile delle cause. Ernesto Guevara de la Serna, detto “Che”, per via del suo ripetere continuo di quell’intercalare argentino, cavaliere errante e senza pace del diritto al riscatto dei più umili, dopo aver vinto nell’amata Cuba ed aver tentato di vincere nell’Africa martoriata, depredata ed umiliata dal colonialismo, decise di andare incontro alla morte in una anonima altura boliviana. Nelle Ande boliviane aveva scelto di andare a tentare la sua ennesima rivoluzione, per seguire “l’odore della polvere”, come disse a Fidel Castro al momento di lasciare Cuba. Era il marzo del 1965. Nell’isola aveva gloria ed onori, ruoli e riconoscimenti, ma che riteneva fossero medaglie di un tempo ormai andato, bandiere di una vittoria ormai raggiunta. Lasciò tutto quello che aveva per dedicarsi a tutto quello per cui viveva e si unì alle guerriglie in Africa e in America latina. Fidel, che scelse di aiutarlo per rispettare il patto tra loro, che prevedeva la possibilità di proseguire altrove la sua impresa, una volta che l’isola fosse stata liberata dalla tirannia di Batista, lo lasciò andare via fornendolo di tutto ciò che chiedeva e consentendogli di scegliersi i compagni d’avventura. Il Comandante Ernesto “Che” Guevara lasciava Cuba, i suoi ruoli e i suoi affetti con una lettera al lider maximo, nella quale non chiedeva nulla; le sole cose che pretendeva erano l’obbligo di privare i suoi familiari di qualunque privilegio, atteso che, il privilegio più grande di sua moglie e dei suoi figli, era quello di poter vivere e crescere in una Cuba libera e sicura, dove le leggi dell’uomo nuovo avevano definitivamente sconfitto quelle del denaro. Per due anni il “Che” tentò di organizzare la lotta armata in Africa. Nessuno aveva notizie di lui. Dove e con chi si trovasse era un mistero; a far cosa, invece, era chiaro. Nell’ottobre del 1967 venne ferito e catturato in Bolivia. La CIA lo seguiva dal 1966. Era stato tradito il “Che”. Dai comunisti boliviani e dalla sua analisi, da qualche intellettuale improvvisato e da contadini reazionari.

La CIA lo perseguitava e diresse le truppe boliviane alla ricerca di un uomo che, già da vivo, diventava un simbolo. Che dalla tribuna delle Nazioni Unite aveva puntato il dito accusatore della Cuba liberata contro l’impero, che schiacciava sotto il tallone di dollari e repressione le speranze dell’indipendenza latinoamericana come di quella africana. Il “Che” aveva una caratteristica fondamentale: quella di non chiedere mai a nessuno nulla che non avrebbe mai fatto lui per primo. Era un esempio, prima che un leader, un uomo che anche quando dava ordini obbediva; alla causa di tutti in primo luogo.

Lo crivellarono dopo averlo ferito ed arrestato. Non persero tempo ad interrogarlo o a curarlo: non avrebbe detto niente e non avrebbe accettato niente. Si guardarono bene dal portarlo nella capitale per giudicarlo: sarebbe stato un boomerang, come si era rivelato il processo a Fidel Castro dopo il fallito assalto alla caserma del Moncada. Quella frase pronunciata da Fidel - “Condannatemi pure, la storia mi assolverà” - si era infatti rivelata premonitrice e al tempo stesso aveva disegnato un cammino dimostratosi vittorioso.

Un processo al “Che” avrebbe ottenuto il risultato di veder crescere il consenso alla sua causa, sarebbe stato l’atto di accusa definitivo contro l’impero e sarebbe riecheggiato in ogni luogo abitato dagli umili. Per questo, per vendetta, per paura, alcuni scagnozzi agli ordini di un mercenario cubanoamericano della Cia, un avanzo batistiano addestrato a Langley, fecero fuoco contro l’uomo, dando vita così al simbolo. Perché la morte di quel combattente argentino in una landa desolata della Bolivia, divenne lo start di ogni ribellione, in ogni luogo del mondo.

Sarebbe inutile, oggi, dissertare sui suoi errori e sulle sue intuizioni; l'uomo, prima ancora che le sue gesta, é parte dell'immaginario collettivo che lo ha registrato come immortale. E forse, quarant'anni dopo la sua morte, dedicarsi all'analisi del mito risulta molto più pregnante che rinverdire il mito dell'analisi. Lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano, disse che la straordinarietà dell’uomo consisteva nel fatto che, a differenza di quanto uso in politica, Ernesto Guevara diceva ciò che pensava e faceva ciò che diceva.

Se il suo volto immortalato per caso durante una manifestazione a Cuba divenne il volto della ribellione, é soprattutto per questo. Le migliaia di poster e magliette, di gadget e di foto con il suo volto bello e severo e lo sguardo dritto ed onesto, hanno circolato e circolano in ogni dove del pianeta; perché la voglia di riscatto e il desiderio di giustizia hanno lo stesso volto e lo stesso sguardo ovunque. Cercano lontano l’utopia del futuro tenendo i piedi puntati a terra. Indifferenti alla malattia dell’opportuno e del conveniente, sognano di vivere una vita diversa. E, mentre sognano, vivono.


Pin It

Altrenotizie.org - testata giornalistica registrata presso il Tribunale civile di Roma. Autorizzazione n.476 del 13/12/2006.
Direttore responsabile: Fabrizio Casari - f.casari@altrenotizie.org
Web Master Alessandro Iacuelli
Progetto e realizzazione testata Sergio Carravetta - chef@lagrille.net
Tutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l'autore e la fonte.
Privacy Policy | Cookie Policy